Grado: informazioni turistiche
GRADO, LA STORIA
Grado sorse in epoca romana come porto e scalo della vicina Aquileia per garantire alle proprie navi un porto militarmente sicuro. Verso la fine del IV secolo fu costruito un Castrum, un fortino solido, in corrispondenza di quello che è oggi il centro storico. Gli aquileiesi ebbero occasione di verificare la validità del castrum (piazzaforte) quasi subito a causa delle invasioni barbariche: con la calata di Alarico (401) e dei Visigoti (403) il vescovo aquileiese Cromazio (388-408) pare trovasse rifugio in Grado, mentre alcuni decenni più tardi vi trovò rifugio anche la popolazione aquileiese a seguito dell'invasione degli Unni di Attila (452), che determinò la distruzione di Aquileia. Con l'invasione di Alboino nel 571 Aquileia cadde sotto il dominio longobardo, mentre Grado rimase sotto l'influenza di Bisanzio. Ebbero così inizio le interminabili controversie su chi fosse il legittimo Patriarca; lo scisma dei "Tre Capitoli", da cui prese avvio la spaccatura del patriarcato, ebbe come conseguenza lo sviluppo di un atteggiamento indipendentista da parte dei gradesi e del loro Patriarca, il Vescovo Elia (571-589), nei riguardi dell'Impero e del Papato. Il Patriarcato di Aquileia esercitò così il suo potere sulle diocesi dell'entro terra mentre quello di Grado estese la sua influenza fino alle Diocesi dell'Istria e della Venezia Marittima. In un concilio del 589, presenti i vescovi sia delle terre longobarde sia della fascia costiera romana-bizantina, venne ribadita l'adesione alla tradizione della chiesa e nel 687 si ebbe un patriarcato scismatico ad Aquileia e un altro a Grado, obbediente a Roma. L'influenza ed il potere di Grado e del suo Patriarcato durò circa tre secoli e venne progressivamente meno con lo sviluppo del Ducato di Venezia ed il successivo trasferimento del Patriarca (1105). Grado sprofondò così in un isolamento economico e politico che culminò nel 1451 con la perdita del Patriarcato stesso che divenne proprietà della Repubblica di Veneziae ne seguì le vicende storiche.
Nel 1892 Grado sotto l'Imperatore Francesco Giuseppe ricevette lo status di Stazione Balneare e di Cura. Solo con la fine della I Guerra Mondiale venne riannesso all'Italia.
ARTE E CULTURA
Sul luogo in cui già sorgeva una basilica, forse voluta nel V secolo dal patriarca Niceta dopo l'invasione di Attila, il 3 novembre 579 il patriarca Elia consacrò, in onore della martire Eufemia, patrona del Concilio di Calcedonia (451), una grande Basilica che deriva dal rimaneggiamento, o dal completamento, della precedente.
Costruita in mattoni ed in arenaria, la grande basilica, di tipo alto adriatico, subì nei secoli XVII e XIX sovrapposizioni e modifiche che i restauri recenti (1939-1951) hanno eliminato rimettendo in luce le strutture originali quasi del tutto conservate.
La facciata, a salienti, con lesene che ne accentuano la geometrizzazione, ha tre ampie finestre nella parte centrale e mostra ancora i segni d'attacco del nartece, abbattuto alla fine del secolo scorso. Al lato destro è addossato l'elegante campanile, anch'esso in mattoni, eretto nel 1455 e sormontato da una statua veneziana segnavento in rame sbalzato, alta ben 280 centimetri, ivi posta nel 1462, raffigurante S. Raffaele Arcangelo, ma dai gradesi - per i quali è diventata un simbolo - denominata semplicemente l'anzolo. Sempre all'esterno, bello il ritmo delle finestre che si aprono sia nella navata centrale che in quelle laterali.
All'interno, l'ampio luminosissimo ambiente con soffitto a capriate è diviso in tre navate da una serie di colonne in vari marmi sulle quali si impostano le arcate che con il loro ritmo serrato accompagnano lo sguardo fino al pacato catino absidale.
Le colonne sono in parte di epoca romana, in parte del VI secolo, così come i capitelli che le sormontano (alcuni dei quali provengono da botteghe orientali). Un capitello corinzio di età augustea è stato trasformato in acquasantiera.
La parte più spettacolare bella basilica è costituita dal grande mosaico pavimentale, risalente alla fine del secolo VI, che tenendo conto anche di quanto rimane negli ambienti annessi, misura circa settecento metri quadrati, ivi comprese anche le larghe parti ricostruite nel 1946-48 con colori più tenui, in modo tale da poter distinguere l'originale dal rifacimento, senza tuttavia compromettere troppo la visione dell'insieme.
Si notino, tra i mosaici, le molte scritte con i nomi di offerenti, ed inoltre, attraverso botole, i resti di una basilichetta della fine del IV secolo, di una vasca battesimale esagona e di un mosaico tombale (forse del 451) con una interessantissima scritta latina: Qui riposa Pietro, detto Pararione, figlio del giudeo Olimpo, che unico della sua gente ha meritato di giungere alla grazia di Cristo ed è stato degnamente sepolto in questa santa aula il giorno prima delle idi di luglio della quarta indizione.
Prima del presbiterio è collocato l'alto ambone esagonale che nella parte mediana a lobi è decorato con i simboli dei quattro Evangelisti e con una croce in altorilievo: sculture dello stile compendiario, probabilmente opera di maestranze venete del XIII secolo; la parte superiore, con archi moreschi e con il cupolino, non è immune da suggestioni orientali.
Saliti nel presbiterio, ora recinto con plutei dell'epoca di Elia, si osservi il mosaico del 1950 (su disegno di L. Pavan) con la ricostruzione ideale del castrum di Grado, alcune tavole lignee dipinte del XVI secolo (scuola tedesca), affreschi di scarso pregio nel catino absidale (XIV-XV) e dietro l'altare moderno, la grande pala d'argento dorato offerta alla chiesa di Grado nel 1372 dal nobile veneziano Donato Mazzalorsa, come si legge in una scritta nel margine inferiore. È un lavoro a sbalzo e cesello di notevole dimensione (cm. 138x226) diviso in tre registri, con Annunciazione, simboli degli Evangelisti e Cristo entro cornici polilobate in quello superiore, figure di santi sotto arcate gotiche negli altri. Negli scomparti centrali, il Cristo in trono e S. Marco che celebra la messa. Ignoto è il nome dell'autore, che adopera un linguaggio gotico, con sostrati bizantini, che ricorda il paliotto di S. Marco e prelude alla sensibilità del gotico fiorito.
Quattro ambienti annessi alla basilica meritano di essere visitati: alla "Tricora" o Cappella di S. Marco, dal pavimento musivo con il motivo dell'onda subacquea, in cui sono raccolti preziosi marmi con rilievi del periodo paleocristiano ed altomedioevale, si accede attraverso una porta dietro all'altare del Santissimo.
In fondo alla navata destra, invece, si apre una porta che dà al Mausoleo, piccolo edificio con absidiola, il cui pavimento con decorazione musiva reca al centro il monogramma di Elia: Helias Episcopus. Si pensa che sopra il mosaico sia stato in origine collocato un sarcofago contenente la salma del vescovo Elia (ca. 587); è invece certo che un vescovo, tale Marciano, fu ivi sepolto nei primi anni del VII secolo, come attesta l'iscrizione ancora leggibile nella parete sinistra.
Nel Mausoleo, oltre ad un antependio in legno intagliato e dipinto, con Pietà e Santi, da un maestro nordico nel XVI secolo, si conserva il Tesoro del Duomo, depauperato, e non poco, nel corso dei secoli, ma ancora tale da suscitare interesse e ammirazione.
Ne fanno parte croci astili, reliquiari, cassette, ostensori di secoli diversi in argento ed oro ed alcuni pezzi eccezionali: una stauroteca bizantina del VI-VII secolo inserita in un reliquiario del 1891; due capselle per reliquie, in argento sbalzato bulinato, una ellittica, del secolo V, con le due figure di Cristo tra Pietro e Paolo, ed i busti dei santi Quirino, Canzio, Canziano e Latino; l'altra cilindrica, del VII secolo, con la raffigurazione della Madonna Regina con il Bambino nel coperchio.
Vicino all'ingresso al Mausoleo, in fondo alla navata destra, per una porticina si passa in un corridoio moderno da cui si vede il salutatorium, luogo in cui il patriarca riceveva l'omaggio del clero. Anche qui il pavimento è a mosaico con monogramma di Elia al centro, tessere d'oro ed un'iscrizione con il suo nome circondata da epigrafi di ecclesiastici e laici donatori. C'è pure il calco della così detta Cattedra di S. Marco, reliquiario in alabastro grigio che l'imperatore Eraclio donò nel 630 al patriarca Primigenio e che in originale si trova nel tesoro di S. Marco a Venezia, dove pervenne prima del 1520.
Vicino al salutatorium c'è il lapidario, all'esterno della basilica, con sarcofagi, plutei, frammenti marmorei, epigrafi, capitelli del periodo paleocristiano ed altomedioevale.
Stretto tra il Duomo e le pittoresche casette della vecchia Grado, il Battistero è un elegante quanto semplice edificio in mattoni costruito probabilmente alla metà del V secolo, all'epoca del vescovo Niceta. Di struttura ottagonale regolare (con una piccola abside), alto dodici metri (quant'è la misura della diagonale), ha tre porte, una centrale e due ai lati dell'absidiola e otto finestre nella parte alta, simili, per foggia, a quelle del Duomo.
All'interno mostra ancora brani del pavimento musivo originario; al centro del vano la vasca battesimale esagona (rivestita di marmi recenti). Sul sagrato sono posti tre bei sarcofagi romani del II-III secolo d.C., scoperti nel sottosuolo della cittadina nel 1860.
La Basilica di S. Maria è il terzo dei gioielli paleocristiani di Grado, ha una bella facciata in mattone (e parte in pietre squadrate), a salienti, con paraste che ne accentuano la tripartizione e creano sensibili e gradevoli effetti chiaroscurali. Nella parte superiore una elegante trifora, con capitelli di riporto romani, illumina la chiesa.
L'epoca della primitiva costruzione risale alla metà del secolo V, ma durante l'età di Elia la chiesa fu ristrutturata nel modo che oggi vediamo (rimesso in luce e - in parte - rifatto durante i restauri di una cinquantina di anni fa, che hanno eliminato pesanti sovrapposizioni del XVII secolo).
All'interno si evidenzia subito la sproporzione tra l'altissima navata centrale e le piccole laterali divise tra loro da colonne di vari marmi, in gran parte del VI secolo. Nella navata di destra è possibile ammirare un mosaico pavimentale con motivi geometrici e nomi di offerenti databili all'epoca della prima costruzione.
Al centro della piazza intitolata al poeta gradese Biagio Marin (ex piazza Vittoria) sono visibili i resti della basilica di S. Giovanni Evangelista edificata nel IX secolo sulle fondamenta di un preesistente edifico del V secolo: elegante il mosaico pavimentale, con motivi a croci e nodi di Salomone.
Completata la visita ai monumenti non resta che fare una breve passeggiata nella città vecchia, l'originario nucleo di Grado, attraversato dalla stretta ed irregolare "Calle Lunga" e andando per calli e campielli assaporare il fascino ancora intatto di remote età; recuperare, attraverso il tessuto urbano rimasto pressoché omogeneo e inalterato nel tempo, il volto di un borgo marinaro altoadriatico dove ancora si parla un arcaico dialetto veneto; fermarsi ad osservare le vecchie case (per lo più abitazioni di pescatori) che insoliti curiosi motivi architettonici - sporti, scalette esterne, bifore, poggioli, sottoportici, comignoli d'ogni tipo - vivacemente caratterizzano.
Per quanto riguarda l'architettura contemporanea, significativi sono il Condominio a mare di Marcello D'Olivo, le Terme di Gianni Avon, il Palazzo dei Congressi di Gianni Avon e Marco Zanuso.
Nell'isola di Barbana, in laguna, frequentatissimo Santuario dedicato alla Madonna che la leggenda dice costruito addirittura nel 582, quando sconvolta Grado da una mareggiata che tutto aveva distrutto - si vide galleggiare nell'acqua una statua della Madonna che andò a posarsi nell'isola di Barbana.
Il santuario è costruzione recente (1924, arch. Silvano Baresi), neoromanica, con facciata a capanna a tre campate all'interno; gli affreschi del presbiterio sono di Tiburzio Donadon, mentre l'altare della Madonna è opera degli scultori veneti Giovanni Battista Viviani e Marino Groppelli (secolo XVIII, bello il bassorilievo nel paliotto). La venerata statua della Madonna in legno dipinto risale alla fine del secolo XV (scuola friulana). Interessanti gli ex voto di cui il Santuario possiede una ricca collezione: rappresentano per lo più il ringraziamento di gente di mare che attribuisce alla Madonna di Barbana miracolosi salvataggi, ma riguardano anche il voto fatto da molti paesi del Friuli salvati dalla peste. In sagrestia, bell'antependio secentesco con impressioni in oro e, sopra la porta, bassorilievo dell'XI secolo con una scena interpretata come la parabola del fico sterile.
Nell'isola c'è anche la Cappella dell'Apparizione, edificio ottagonale costruito nel 1858, con affreschi del pittore Rocco Pitacco (1860) rappresentanti la Gloria dell'Immacolata e scene legate alla storia del Santuario.
Testi tratti da: "Guida Artistica del Friuli Venezia Giulia" a cura di Giuseppe Bergamini



